ascensione tra gli angeliNella Sacra Scrittura l'essere rivestiti non corrisponde ad un fatto esteriore come per l'odierna mentalità. Non è un surplus di un qualcosa messo sopra la pelle e che facilmente sui può togliere.

Essere rivestiti, nella Bibbia, significa cambiare totalmente con un "habitus" cioè un essere nuovo. Gesù vi fa riferimento anche quando parla chiaramente dicendo che "non si possono mettere toppe nuove su abiti vecchi".
L'uomo nuovo è nuovo, appunto, da cima a fondo, da dentro a fuori. Questa è l'opera dello Spirito.

L'opera dello Spirito nei discepoli e in modo particolare degli apostoli, è iniziata dalla chiamata alla condivisione fatta ai discepoli da Gesù; "maestro dove abiti?" "Venite e vedrete".
Da qui, da una umanissima condivisione del tempo e dello spazio dell'uomo con il Figlio di Dio, nasce il cammino nello Spirito che culmina a Pentecoste.

Per questo Tommaso d'Acquino ripeteva che la "grazia suppone la natura e la perfeziona". Senza un cammino della natura, radicale, intimo e profondo con Dio, e senza bugie (liminali e sottoliminali) non c'è vita nella grazia ma una sua satanica scimmiottatura inquinata di relativismo, approssimazione, dualismo vita-fede, catto-progressismo o catto-conservatorismo, di quello che il Papa Benedetto XVI chiamava appunto cristianesimo del "fai da te".

E su questo ci si inganna molto. Persino tra i fedeli impegnati o tra quelli che fanno un cammino spirituale dedicato.

Un cristianesimo che è diventato oggetto e bene di consumo e non cambiamento radicale dell'essere. Se non c'è questo desiderio di chiamare le cose per nome; il peccato come peccato; il vizio come vizio, la virtù come virtù; la natura come natura e la grazia come grazia, c'è solo confusione e non conversione. Non c'è cammino e rivestimento dall'alto; non c'è Pentecoste. La misericordia di cui ci si vuole sentire oggetto è giustificazione per un paganesimo rivestito da cattolicesimo.

La meravigliosa festa odierna ci ricorda proprio questo. Tutto l'uomo sta presso Dio in Gesù Cristo e per partecipazione anche nella Vergine Maria. La patria nostra dunque è il Cielo; la casa della carne è Dio.
Cercare altre case e altre dimore vuol dire morire di quella che Francesco chiamava la seconda morte, la morte eterna e la dannazione.
È una possibilità reale e concreta l'inferno, che probabilmente è abitata più da noi cattolici fai date che da fratelli atei; abitata più da simpatizzanti di Gesù che da coloro che non l'hanno conosciuto.
Il cammino di conversione è ogni giorno. È un cammino della carne nella grazia. Dove "carne" ovviamente non è la "ciccia" ma tutta la persona, anche e sopratutto l'uomo vecchio con le sue abitudini, mentalità, psichismi, fantasmi, paure, vizi, catene antiche, proiezioni, mormorazioni che portano alla morte; questo uomo vecchio ma deposto e convertito all'uomo spirituale che è già presso Dio in Cristo.
Se nella carne non entra la grazia vana è la nostra fede. E vano è il posto che ci è preparato.

L'inferno in fin dei conti non è altro che essere fatti per il Cielo e vivere ripiegati su noi stessi, guardando noi stessi allo specchio. Dannazione vuol dire il fondare l'autostima su noi stessi senza Dio; avere come culto sé stessi magari con la "benedizione di Dio".
Pensando di essere buoni, convertiti, giusti avendo come metro la nostra coscienza e non la Parola di Dio e il magistero della Chiesa.

Sì, la Parola di Dio e il magistero della Chiesa i quali sono speculari e indivisibili se non vogliamo dissipare il pensiero di Cristo.
Se io sono il metro dell'io vuol dire che ho smarrito le chiavi di casa e la nostalgia radicale del Cielo.
Gesù asceso al Cielo ci ricorda proprio questo: ciò che dona colore, peso e sostanza, all'oggi, al momento, all'attimo, è il Cielo, è l'Eternità.

La pienezza in Dio è il peso da mettere sul piatto della bilancia della nostra vita. Allora le altre cose, pur belle e preziose sull'altro piatto non avranno peso, saranno esse stesse relative e non Dio e le cose di Dio; non Gesù e la grazia che viene da Lui.

Oggi dunque non è solo il giorno di Gesù; è il nostro giorno.

Dobbiamo essere coscienti di una sola realtà:
Io appartengo a Dio!

Prenderne coscienza è già conversione; cambiare "habitus" è una necessità nella grazia. È il vero imperativo morale, proprio perchè ci precede e ci sostiene, se alla Grazia ci apriamo disarmati, realmente disarmati. Noi, sempre in fuga dietro umane costruzioni e razionalizzazioni, specie dietro a razionalizzazioni spirituali.
Un "habitus" che è scelta di appartenere a chi già ci desidera presso di sé e in sé nel Cielo.
Un "habitus" che grida: Mio Dio e mio tutto come se, il morire, fosse una necessità, proprio perché si è ricolmi di vita. Quella vera.

Paul